Culle vuote e aborti in aumento, la crisi demografica in Sardegna

Neonato

Aborti in aumento e culle vuote in Sardegna.

La Sardegna si svuota. Nel 2024 le nascite sono crollate di oltre il 9% rispetto all’anno precedente: solo 6.555 bambini, contro i già pochi 7.242 del 2023. Nel 2000 erano il doppio 14000. In dieci anni l’isola ha perso quasi 100.000 abitanti. La provincia di Sassari circa 19.000 passando da 490.000 a 471.600. Numeri che raccontano una crisi demografica profonda, strutturale, che pare inarrestabile. Ma accanto a questo calo di natalità, denunciato da istituzioni, sindaci e demografi, si registra un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: quello delle interruzioni volontarie di gravidanza. Nel 2024, in Sardegna, si sono contati 1.430 aborti, 772 nel 2023. Un numero che, se rapportato alle nascite, rivela una proporzione inquietante: oltre un’interruzione ogni cinque nuovi nati.

Il silenzio di tanti e le strategie confuse della sinistra progressista.

A colpire non è solo l’aritmetica, ma il silenzio di tanti e le strategie confuse dell’area politica cosiddetta progressista. Mentre si moltiplicano i piani strategici per contrastare lo spopolamento – bonus bebè (600 euro per ogni nato in paesi con popolazione inferiore ai 5000 abitanti), incentivi alle giovani coppie, promesse di rilancio dei piccoli comuni – manca completamente una riflessione seria sul perché tante gravidanze si interrompano. Quali siano le condizioni sociali, economiche, sanitarie e culturali che portano a una scelta tanto drammatica quanto frequente.

Le culle sono sempre più vuote in Sardegna e crescono gli aborti.

La contraddizione è evidente: da un lato si denuncia la “crisi delle culle vuote”, dall’altro si evitano accuratamente parole come “aborto” nel dibattito politico. Eppure non si può parlare di denatalità senza considerare il contesto completo, senza chiedersi se le donne in Sardegna siano davvero messe in condizione di scegliere la maternità in libertà e sicurezza, o se invece siano spesso lasciate sole, economicamente e socialmente, di fronte a una gravidanza inattesa o difficile da sostenere. La Sardegna non è un caso isolato, ma presenta numeri particolarmente marcati. L’età media dei residenti continua a salire, circa 48 anni, le scuole chiudono, i paesi si svuotano. E mentre si invocano politiche per “fare più figli”, nessuno sembra interrogarsi sul perché così tanti non vengano mai alla luce.

La più netta denuncia dell’assenza di politiche efficaci.

Non è una critica alla 194. È una critica all’ipocrisia. È importante chiarirlo subito: questo non è un attacco alla legge 194, che regola l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Al contrario, è proprio nella sua prima parte, troppo spesso dimenticata, che troviamo la più netta denuncia dell’assenza di politiche efficaci. La legge, infatti, non si limita a garantire il diritto all’aborto: afferma anche il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli che portano una donna a scegliere di interrompere una gravidanza.

All’articolo 1 si legge: «Lo Stato […] tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza […] non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato […] promuove e sviluppa i servizi socio-sanitari e assistenziali necessari per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». E allora viene da chiedersi: in Sardegna, quali strumenti esistono davvero nei fatti e non sulla carta, per sostenere chi vuole diventare madre? Quali reti di assistenza, sostegno psicologico, economico, sanitario vengono offerte? Dove sono i consultori attivi, gli alloggi per madri sole, gli aiuti concreti per chi vive una maternità fragile o precaria? La realtà è che questi servizi sono pochi, spesso smantellati, inaccessibili o ridotti al minimo. Le parole della 194 restano lettera morta.

Non si agisce sulle cause.

La contraddizione politica: si parla di natalità, ma non si agisce sulle cause. E’ molto più semplice organizzare tavole rotonde sui rischi dello spopolamento in tanti paesi sardi o sulla necessità di incentivare l’immigrazione per evitare di far saltare i conti pubblici, piuttosto che mettere in campo politiche attive a sostegno delle donne e delle famiglie che in questo momento di incertezza nel futuro preferiscono non mettere al mondo figli. Pigrizia culturale e impreparazione di una classe dirigente, a tutti i livelli, che interpreta male il presente ed è incapace di programmare per il futuro.

I modelli che precarizzano la vita e rendono la maternità un rischio economico.

La politica attuale si guarda bene dal mettere in discussione modelli di sviluppo che precarizzano la vita e rendono la maternità un rischio economico. Bonus una tantum, spot istituzionali, campagne che invitano a fare figli: tutto questo suona come un’operazione di facciata, se non si affrontano come si sta facendo i nodi strutturali. In Sardegna, dove la percentuale del lavoro femminile è tra i più bassi d’Italia, dove i servizi per l’infanzia scarseggiano e l’accesso alla casa è sempre più difficile (molto più semplice promettere case ad 1 euro acquistate poi dagli ottantenni inglesi o tedeschi), diventare madre può significare isolarsi, impoverirsi, dover scegliere tra famiglia e lavoro. In queste condizioni, parlare di denatalità senza affrontare anche il tema dell’aborto, del sostegno reale alla maternità e alla libertà di scelta, è non solo miope: è profondamente ipocrita.

La denatalità in Sardegna va di pari passo con l’aumento degli aborti.

La Sardegna si trova davanti a un bivio storico: continuare a inseguire slogan sulla natalità o cominciare finalmente a costruire le condizioni perché mettere al mondo un figlio non sia un salto nel vuoto. Significa riconoscere che la denatalità non si combatte solo con gli slogan o con gli incentivi, ma con politiche pubbliche strutturate: servizi accessibili, sostegno reale alle madri (nel primo anno di vita un figlio costa mediamente 10.000 euro), sicurezza economica, possibilità concrete di conciliare lavoro e famiglia. Significa anche avere il coraggio di guardare in faccia il dato delle 1.430 interruzioni volontarie di gravidanza, non per colpevolizzare, ma per comprendere. Perché dietro ogni aborto c’è una storia, spesso dolorosa, che interroga lo Stato, la società e la politica con le sue decisioni.

Creare condizioni dignitose per chi vuole mettere al mondo una nuova vita.

Il vero fallimento non è la scelta individuale di chi interrompe una gravidanza, ma l’assenza collettiva di alternative. La vera urgenza non è fare propaganda, ma creare condizioni dignitose per chi vuole mettere al mondo una nuova vita, e per chi vuole poter scegliere, senza essere lasciato sola. Se davvero si vuole invertire la rotta demografica, serve un cambio di paradigma. Serve smettere di parlare di natalità e iniziare a parlare con le donne, ascoltandone i bisogni, rispettandone le scelte e, soprattutto, garantendo loro i diritti – tutti i diritti – già scritti nella 194 del 1978 e spesso inattuata.

Informazioni su Antonello Sassu 6 Articoli
Mi chiamo Antonio Sassu, per tutti Antonello, e insegno nella scuola secondaria superiore. La politica è una passione che coltivo con interesse e curiosità, seguendo dibattiti, idee e cambiamenti. Amo confrontarmi con gli altri e riflettere su temi sociali, cercando di ampliare le mie conoscenze e il mio pensiero critico.