
Il Giorno della Memoria e la Shoah diventano terreno di scontro.
Il 27 gennaio non è una data qualsiasi. È il giorno in cui l’Europa e il mondo ricordano la Shoah, la ferita più profonda del Novecento, il punto di non ritorno della barbarie moderna. È il giorno in cui la memoria dovrebbe diventare coscienza, e la coscienza responsabilità. Eppure, ogni anno che passa, il Giorno della Memoria sembra trasformarsi sempre più in un rito svuotato, piegato alle convenienze politiche del presente.
Nelle piazze occidentali, soprattutto in quelle della sinistra radicale, si assiste a una scena ormai ricorrente: bandiere dello Stato di Israele bruciate, slogan che travalicano la critica politica per scivolare nell’odio identitario, semplificazioni brutali che cancellano la complessità della storia. Israele viene ridotto a un governo, a una linea politica, a una caricatura ideologica. Ma la bandiera israeliana non è solo la bandiera di un esecutivo: è la bandiera di un popolo, di una storia, di una memoria collettiva nata dalle ceneri della persecuzione.
Criticare il governo Netanyahu è legittimo, necessario, persino doveroso in una democrazia. Ma bruciare la bandiera di Israele significa colpire qualcosa di più profondo: significa negare simbolicamente il diritto all’esistenza di uno Stato nato come risposta alla più sistematica delle persecuzioni. Qui si apre una frattura morale che la sinistra dovrebbe interrogare con onestà, invece di rimuoverla.
C’è poi un’altra contraddizione, forse ancora più grave. Mentre si demonizza Israele, il popolo palestinese viene spesso ridotto a strumento retorico. Lo si evoca come vittima assoluta, ma raramente lo si ascolta nella sua complessità. Si dimentica che anche la società palestinese è plurale, attraversata da conflitti interni, da tensioni politiche, da responsabilità storiche. Si dimentica che la causa palestinese non può essere sequestrata da organizzazioni terroristiche né trasformata in un’arma ideologica contro l’esistenza stessa di Israele.
La memoria, se è autentica, non può essere selettiva. Non può indignarsi a giorni alterni. Non può condannare il razzismo di ieri e tollerare quello di oggi, purché mascherato da antimperialismo o da antisionismo. La Shoah non è un capitolo chiuso della storia, ma un monito permanente: ogni volta che un popolo viene ridotto a simbolo del male, ogni volta che una bandiera viene bruciata per ciò che rappresenta e non per ciò che fa un governo, si riapre una ferita che credevamo di aver imparato a riconoscere.
Il Giorno della Memoria dovrebbe essere il momento in cui si rifiutano le semplificazioni, si respingono le scorciatoie morali, si accetta la fatica della complessità. Difendere il diritto all’esistenza di Israele e difendere i diritti del popolo palestinese non sono posizioni incompatibili: sono, al contrario, le due facce di una stessa esigenza di giustizia.
Se la sinistra vuole essere fedele alla propria tradizione, deve tornare a distinguere tra critica politica e odio identitario, tra solidarietà e strumentalizzazione, tra memoria e propaganda. Altrimenti, il 27 gennaio rischia di diventare non il giorno della memoria, ma il giorno dell’ipocrisia.

