
Il diritto di manifestare non legittima l’odio contro Israele.
In una democrazia matura, il diritto di manifestare è sacro. È legittimo e doveroso scendere in piazza per criticare le scelte di un Governo, anche quando si tratta del primo ministro israeliano e della sua politica a Gaza. Nessuno dovrebbe essere privato della libertà di esprimere il proprio dissenso, specie di fronte a conflitti che scuotono le coscienze e lasciano dietro di sé un cumulo di macerie, dolore e ingiustizia.
Ma la linea di confine è sottile e pericolosa: contestare una politica non deve mai diventare pretesto per far riemergere i fantasmi dell’antisemitismo. Allo stesso modo, l’antisionismo più radicale rischia di trasformarsi in un rifiuto dell’esistenza stessa di Israele, minando il principio fondamentale del diritto dei popoli ad avere una casa, una sicurezza, una dignità.
Non possiamo dimenticare il 7 ottobre 2023, quando il terrorismo ha colpito civili israeliani innocenti. Quell’orrore non giustifica altre violenze, ma segna un punto fermo: la condanna del terrorismo dev’essere chiara e inequivocabile. Allo stesso tempo, non possiamo chiudere gli occhi davanti alla tragedia quotidiana che vive il popolo palestinese, intrappolato in una condizione che nega i diritti fondamentali e lo riduce a una vita di precarietà e paura.
La vera sfida, oggi, non è scegliere da che parte stare, ma difendere entrambe le parti: lo Stato di Israele come lo Stato di Palestina, entrambi titolari di legittimità, entrambi portatori di un diritto inalienabile all’esistenza. Non c’è pace senza sicurezza per Israele, non c’è giustizia senza libertà per i palestinesi.
Manifestare dunque è un atto di civiltà, ma deve restare sempre ancorato a un principio imprescindibile: nessun popolo va negato, nessuna identità cancellata. Criticare i governi è un diritto; odiare i popoli è un crimine.

