
La minaccia dei rifiuti illegali interessa anche la Sardegna.
Ai fini di questa analisi, porsi questi due semplici interrogativi è fondamentale. In primis, perché nasce l’esigenza di mettere in atto il traffico di rifiuti; in secundis, quasi naturale, è spiegare cosa sia la gestione illecita dei rifiuti.
La gestione dei rifiuti anche se non illegali è sempre molto costosa.
Una prima risposta è legata al fatto che la gestione dei rifiuti, sia pericolosi che non pericolosi, è molto costosa. A causa del costo elevato nascono due problematiche. La prima è legata all’inquinamento ambientale: se non si hanno i danari necessari, i rifiuti vengono smaltiti irregolarmente invece di essere trattati presso impianti autorizzati al trattamento; vengono dispersi o sotterrati, gettati in mare e nei fiumi. La seconda è legata al traffico illecito, soprattutto dei rifiuti ferrosi, tra l’altro i più trafficati, che detengono persino una borsa di quotazione e scambio. Essi vengono conferiti in impianti come le fonderie o i forni, rendendoli riutilizzabili e classificandoli non più come rifiuto.
La complessità sta nel trattamento corretto del rifiuto.
Sorge naturale un’ulteriore domanda: dove sta la convenienza? Sta nel fatto che, se si seguissero le regole, il produttore del rifiuto dovrebbe rivolgersi a ditte autorizzate al trasporto, conferendolo a loro volta a ditte autorizzate alla ricezione di quei rifiuti pronti per il trattamento. Le ditte autorizzate al trattamento di rifiuti ferrosi, in Sardegna ce ne sono diverse, realizzeranno delle “balle” che poi verranno conferite in acciaierie. Questo passaggio sottintende diverse fasi complesse sotto il profilo autorizzativo e normativo. La complessità sta, quindi, nel trattamento corretto del rifiuto, nell’obbligatorietà di osservare regole prestabilite, seguendo la filiera corretta, sia dal punto di vista fiscale che ambientale. Divenendo, così, da rifiuto materia prima seconda, secondo il concetto di “End of Waste”, promuovendo così l’economia circolare.
Le pene previste.
In mancanza di tutti questi passaggi, si ricadrà in fattispecie di reato chiare e identificate: dalla gestione abusiva al traffico e smaltimento illecito. Infatti, l’Italia, nel proprio ordinamento penale, prevede una norma a tal riguardo. Nello specifico, l’articolo 452 quaterdecies del Codice Penale prescrive che “Chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, ricava, trasporta, esporta, importa o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti, è punito con la reclusione da 1 a 6 anni. Se si tratta di rifiuti ad alta radioattività si applica la pena della reclusione da 3 a 8 anni”.
Le pene previste dai commi che precedono sono aumentate fino alla metà quando dal fatto derivi pericolo per la vita o per l’incolumità delle persone o pericolo di compromissione delle acque o dell’aria, del suolo e del sottosuolo, di un ecosistema e della biodiversità e il fatto è commesso in siti contaminati o potenzialmente contaminati. In caso di condanna definitiva conseguono quasi sempre pene accessorie. È sempre ordinata la confisca delle cose che servono a commettere il reato.
Gli elementi essenziali del reato sono la presenza di un dolo specifico.
Dal punto di vista penalistico, si può osservare che per configurare il reato occorre che l’autore agisca con dolo specifico, persegua un ingiusto profitto e compia una pluralità di operazioni, che comprendono l’allestimento di mezzi e lo svolgimento continuativo e organizzato di attività quali la cessione, la ricezione, il trasporto, l’esportazione, l’importazione e la gestione di rifiuti. Fondamentale è infine l’abusività della condotta, “contra legem stricto sensu”. La normativa europea, al contrario dell’espressa previsione del delitto specifico nell’ordinamento italiano, non descrive in dettaglio le singole fattispecie criminose né prescrive specifici tipi e livelli sanzionatori. Anche la direttiva 2008/99/CE sui reati ambientali si colloca infatti in questa prospettiva. L’Italia, e in particolare la Sardegna, al centro del Mediterraneo, è investita da questo fenomeno, di natura endogena ed esogena, su base nazionale e finanche transnazionale.
Infatti, la Sardegna, come altre regioni italiane, è al centro di questo fenomeno criminale. Dichiarato preoccupante e difficile da contrastare, non solo perché il traffico illecito di rifiuti pericolosi su base transnazionale vede il coinvolgimento attivo della criminalità organizzata, ma anche per la mancanza di regimi normativi omogenei di controllo e di punizione a livello europeo e internazionale. Infatti, lo smaltimento illegale di rifiuti non solo alimenta i guadagni delle cosiddetto “ecomafie”, ma causa danni devastanti all’ambiente e alla salute di tutti i cittadini. I rifiuti pericolosi vengono spesso bruciati in aree non controllate, sprigionando sostanze dannose per l’aria, il suolo e le falde acquifere. Alcuni materiali coinvolti nel traffico illecito includono, molto spesso, scarti industriali tossici, pneumatici fuori uso, gas refrigeranti e materiali elettronici.
Fondamentale resta l’azione del Noe dell’Arma dei Carabinieri.
Le indagini sviluppate sono numerose e di notevole caratura. L’organo giurisdizionale competente è la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) e la Procura della Repubblica presso i Tribunali, mentre l’organo di polizia con specializzazione esclusiva è il Nucleo Operativo Ecologico (Noe) dell’Arma dei Carabinieri. Il NOE nacque nel 1986, 40 anni or sono, con la legge dell’8 luglio numero 349, incardinato nell’istituendo Ministero dell’Ambiente.
In seguito, con la legge numero 93 del 2001 e poi, nel 2006, con il decreto ministeriale numero 28 sul “riassetto dei comparti di specialità delle forze di polizia, riconoscendo il preminente ruolo del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente ed essendosi affermato come organismo qualificato per l’attuazione di interventi di rilevanza strategica nel settore del controllo della sicurezza ambientale”, ed infine con il Decreto Legislativo numero 177/16, che “demanda in via esclusiva ai carabinieri competenze in materia forestale, ambientale e agroalimentare”, “deputando il Noe e il Comando per la Tutela dell’Ambiente allo sviluppo di manovre investigative complesse e sistematiche di rilievo ultraprovinciale e transnazionale”.
I compiti del Noe sono suddivisi in due macroaree.
I compiti si suddividono in due macroaree, ovvero la criminalità ambientale diffusa e quella ambientale organizzata. L’attività investigativa su queste macroaree verte principalmente sulle condotte illecite, anche monosoggettive, caratterizzate da occasionalità e limitate nel tempo e nello spazio; ed infine, soprattutto, su condotte criminose plurisoggettive, con sistematicità e complessità, in cui vi è la presenza e l’operatività di strutture e di mezzi, continuate nel tempo e svincolate dallo spazio.
La struttura operativa del Noe è molto complessa. Vi è un Comando Operativo Nazionale e 29 comandi periferici. Il ganglio vitale è il Reparto Operativo, responsabile nazionale del servizio di polizia giudiziaria, con al proprio interno sezioni dedicate a reati specifici ad alto impatto: fra queste la sezione per l’inquinamento da sostanze radioattive e la sezione per l’inquinamento atmosferico e le industrie a rischio. Le ramificazioni nervose periferiche ad azione profonda sono i 29 comandi Noe, chiamati, al giorno d’oggi, molto spesso, il “Ros dell’ambiente” dell’Arma dei Carabinieri per la sua penetrante attività preventiva e repressiva.
Le indagini in Sardegna sui rifiuti illegali.
Su questa direttrice si sono mosse e si muovono diverse indagini in Sardegna, a dimostrazione del fatto che i reati ambientali sono in aumento. Tra le più significative si può evidenziare, tra le altre, quella relativa al caso “Italcementi”. Nel 2018 vi fu un’attività investigativa del Noe, durata due anni, sotto la direzione della Procura di Cagliari. I responsabili scaricarono e sotterrarono abusivamente 196.000 metri cubi di materiali pericolosi in località Nuraxi, nel comune di Samatzai, nelle aree interne ed esterne al cementificio. I carabinieri portarono alla luce i materiali grazie ad attività tecnico-investigative, utilizzando persino mezzi meccanici per scandagliare i terreni a fini probatori.
L’attività di scavo portò alla luce un considerevole quantitativo di rifiuti industriali, quali oli minerali, parti di demolizioni di impianti e pet coke, compromettendo le matrici ambientali del suolo e delle falde acquifere per la presenza, oltre i limiti di legge, di parametri quali arsenico, cromo, ferro e solfati, esponendo a pericoli la salute della popolazione locale. Secondo i consulenti della Procura, i rifiuti rinvenuti nel sottosuolo, di pertinenza dello stabilimento, hanno cagionato inquinamento ambientale, compromettendo la salute e la sicurezza delle persone.
Questa indagine portò, nel 2021, all’adozione di misure restrittive della libertà, ma va sempre evidenziato che il processo è ancora in corso e che vale la presunzione di innocenza degli imputati sino al terzo grado di giudizio, nel quale verrà appurata la verità. Sempre secondo la Procura, le bonifiche supererebbero i 20 milioni di euro, mentre, qualora si utilizzassero discariche autorizzate fuori dall’isola, il costo sarebbe di oltre 26 milioni di euro.
Il caso dell’inquinamento ambientale in Gallura.
Un altro caso di traffico e di smaltimento illecito, con profili di inquinamento ambientale, lo si trovò, sempre in Sardegna, in Gallura, a Olbia. Secondo un comunicato del Ministero dell’Ambiente del 2020, il NOE di Sassari e la Procura di Tempio Pausania chiusero indagini complesse sui fanghi di depurazione campani smaltiti irregolarmente in Sardegna. Furono denunciati i vertici del Consorzio Industriale. In particolare, l’accusa ipotizzò che gli impianti di depurazione di Napoli e Caserta trasportassero i fanghi nell’Isola con mezzi privi di specifica iscrizione all’albo dei gestori ambientali.
Il NOE accertò l’esistenza di false indicazioni sulla qualificazione dei rifiuti prodotti dalle operazioni di stabilizzazione per il conferimento in discarica, con l’attribuzione non corretta di codici (Er), nonché omissioni circa le indicazioni sullo smaltimento e/o il recupero dei rifiuti nei registri di carico-scarico dell’impianto di biostabilizzazione, dato fondamentale per il calcolo dell’ecotassa, eludendo così la tracciabilità. Il giudice per le indagini preliminari archiviò il procedimento nel 2021, anche a seguito di errori scaturiti in sede di laboratorio.
Lo smantellamento del sodalizio di origine bosniaca dedito al traffico di rifiuti.
Altro caso importante di traffico di rifiuti pericolosi a caratura internazionale tra la Sardegna e la Bosnia ci fu nel 2018. Il Noe di Sassari e Cagliari, con il coordinamento della Dda e Antiterrorismo del capoluogo, sgominarono un sodalizio criminale di origine bosniaca dedito al traffico di rifiuti di ogni genere. Soggetti bosniaci, con la complicità di imprenditori locali, movimentarono e smaltirono illegalmente 1.300 tonnellate di rifiuti di ogni tipo, anche estremamente pericolosi, come i componenti di apparati di refrigerazione e batterie al piombo esauste, ottenendo profitti illeciti di oltre 1,5 milioni di euro.
L’attività info-investigativa durò almeno 2 anni e culminò con 15 ordinanze di misure cautelari, 3 agli arresti domiciliari e 12 divieti di dimora. Undici le persone bosniache residenti a Olbia e Telti e 4 gli italiani, titolari di società del cagliaritano, operanti nel trasporto e recupero di rifiuti metallici. Nonostante la chiusura del campo rom, una di queste famiglie ne aprì un altro su un’area agricola, divenendo uno dei 3 siti di stoccaggio abusivo di rifiuti tossici.
Il traffico illegale di rifiuti che riguardò alcune zone dell’Oristanese.
Non da meno, l’indagine del Noe di Cagliari sulla “fognopoli pugliese” in Sardegna. Oltre 7.000 tonnellate di rifiuti fognari pugliesi sono state sversate nelle terre vicino a Bosa e diffuse anche nelle aree circostanti i centri abitati di Magomadas, Flussio, Tinnura e Tresnuraghes. L’intera indagine è ora al vaglio del Tribunale di Oristano, che dovrà accertare come mai un impianto di trattamento dei fanghi fognari della zona industriale dell’Ilva di Taranto, Bari e Brindisi sia stato autorizzato a sversare a soli 150 metri dal centro abitato di Magomadas. Il processo è in corso e verrà accertata la veridicità dei fatti.
Infine, il Noe di Sassari ha scoperto, di recente, che dal molo industriale del porto di Olbia partono navi cargo cariche di pneumatici, con destinazione Turchia e altri paesi extraeuropei. La regia di questi traffici transnazionali è quasi certamente della criminalità organizzata, mossa da profitti milionari, ma che trova un presidio granitico di legalità, continuo e profondo, nei carabinieri del Noe e nella Dda di Cagliari a tutela della nostra sicurezza e salute.
Si alimentano i guadagni della criminalità comune e organizzata.
Una possibile conclusione è che lo smaltimento illegale dei rifiuti non solo alimenta i guadagni della criminalità comune e organizzata, ma soprattutto causa danni devastanti all’ambiente e alla salute pubblica. Non solo Noe e Procure Antimafia, ma, dopo anni di tentativi fallimentari del sistema Sistri, oggi la lotta allo smaltimento illecito si affida anche al sistema Rentri (Registro nazionale per la tracciabilità dei rifiuti). Questo nuovo sistema, gestito direttamente dal Ministero, mira a digitalizzare il monitoraggio dei flussi dei rifiuti, rendendo più complesso manipolare i documenti relativi al trasporto e allo smaltimento.
Il sistema Rentri prevede che le imprese che trattano rifiuti speciali e pericolosi si adeguino entro il 2025, mentre gli altri operatori del settore seguano le scadenze stabilite a febbraio 2026. Questa innovazione, se correttamente implementata, potrebbe porre un freno alle attività criminali legate al ciclo dei rifiuti. Infine, centrale è il ruolo delle istituzioni e dei cittadini. La lotta al traffico illecito richiede un impegno congiunto, rafforzando i controlli con l’impiego di tecnologie avanzate, investendo in impianti di trattamento e riciclo per garantire un corretto smaltimento, promuovendo la cultura del riciclo e della legalità, e sensibilizzando i cittadini sui rischi e pericoli connessi alla salute ambientale e pubblica derivanti dallo smaltimento illecito. Dal canto loro, i cittadini possono contribuire fattivamente segnalando attività sospette alle Autorità competenti e preferendo aziende e servizi che garantiscono processi di smaltimento certificati e sostenibili.

