Perché siamo tutti un po’ ipocriti sulla solidarietà

Povertà

In tema di solidarietà siamo tutti un po’ ipocriti.

“Perché siamo tutti un po’ fascisti”. Questo titolo è una provocazione. Non intende attribuire a tutti un’appartenenza politica né banalizzare ciò che il fascismo è stato nella storia. Vuole invece interrogare ciascuno di noi su una domanda scomoda: quanto siamo davvero coerenti con i valori di solidarietà, uguaglianza e giustizia sociale che diciamo di condividere?

Viviamo in un’epoca in cui è facile dichiararsi dalla parte dei più deboli. Bastano un post sui social, una frase di circostanza, una bandiera esposta sul profilo o un’indignazione collettiva davanti all’ennesima tragedia. Ma la solidarietà, quella autentica, non si misura con le parole. Si misura con ciò a cui siamo disposti a rinunciare. Apparteniamo tutti, in misura diversa, a una società borghese. E chi non ne fa parte, nella maggioranza dei casi, aspira a entrarvi. Desideriamo una casa migliore, uno stipendio più alto, una vacanza più lunga, una pensione più sicura. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Diventa però un problema quando il nostro benessere diventa l’unico criterio con cui guardiamo il mondo.

Quanti di noi devolvono una parte consistente del proprio reddito a chi vive nella povertà? Quanti rinunciano davvero a un lusso, a un acquisto superfluo o a una comodità per consentire a qualcun altro di vivere con maggiore dignità? Molto pochi. E poi ci sono quei piccoli episodi quotidiani che raccontano più di mille dichiarazioni. Siamo seduti al ristorante. Arriva un venditore ambulante, spesso uno straniero, che propone qualche braccialetto o un oggetto di poco valore. La nostra reazione è quasi sempre la stessa: abbassiamo gli occhi, facciamo cenno di no, oppure ci infastidiamo perché interrompe la tranquillità della cena.

Nessuno è obbligato a comprare ciò che non desidera. Ma quella scena rivela qualcosa di noi. Ci piace parlare di inclusione, purché non invada il nostro spazio. Ci commuove la povertà, purché resti lontana. Difendiamo gli ultimi, purché non mettano in discussione il nostro benessere. Ecco allora il senso della provocazione. Siamo tutti fascisti quando riteniamo che la nostra tranquillità valga più del disagio altrui. Quando difendiamo i nostri privilegi come se fossero diritti naturali. Quando l’indifferenza diventa la risposta automatica davanti a chi tende una mano.

Non è una questione di destra o di sinistra. Né di nostalgie politiche. È una questione morale. Perché è troppo semplice individuare il fascismo soltanto nei simboli del passato, nelle camicie nere, nei saluti romani o nei regimi che la storia ha consegnato alla condanna. Più difficile è riconoscere le sue radici profonde: il culto dell’egoismo, la convinzione che alcuni contino meno di altri, l’abitudine a considerare normale l’esclusione di chi è più debole.

Naturalmente esistono persone che dedicano tempo, denaro e vita agli altri. Volontari, operatori sociali, missionari, cittadini che ogni giorno praticano la solidarietà senza cercare visibilità. Ma rappresentano un’eccezione che conferma quanto sia impegnativo vivere davvero i valori che proclamiamo. Il punto non è accusare qualcuno. È guardarsi allo specchio.

Forse il fascismo più difficile da combattere non è quello dei libri di storia. È quello silenzioso che si manifesta ogni volta che scegliamo l’indifferenza invece della responsabilità, il privilegio invece della condivisione, la nostra comodità invece della dignità di un altro essere umano. Se questo titolo ci infastidisce, forse vale la pena chiederci se ci irrita la parola o ciò che, in fondo, racconta di noi.

Informazioni su Antonello Sassu 7 Articoli
Mi chiamo Antonio Sassu, per tutti Antonello, e insegno nella scuola secondaria superiore. La politica è una passione che coltivo con interesse e curiosità, seguendo dibattiti, idee e cambiamenti. Amo confrontarmi con gli altri e riflettere su temi sociali, cercando di ampliare le mie conoscenze e il mio pensiero critico.