Vangelo di Pasqua 2026, lettura e commento di don Alejandro

Gesù risorto Pasqua Nuraxinieddu Oristano

Il Vangelo di Pasqua 2026.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9
Domenica 5 aprile 2026

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

La meditazione.

Quello che stiamo celebrando oggi è l’evento che fonda la nostra fede. Se Gesù non è risorto, qui stiamo solo perdendo tempo. Tutti e quattro i Vangeli riportano il ricordo di questo evento storico di un crocifisso che, dopo tre giorni, risorge.

Gesù è vivo, questo cambia tutto nella mia vita! Ma, duemila anni dopo, come facciamo a credere ancora che Gesù è morto e poi è veramente risorto? Come facciamo a dire che quindi sia davvero figlio di Dio e – soprattutto – c’entra qualcosa con me?

La prima enciclica scritta da Papa Francesco, Lumen fidei, ci insegna che la fede nella risurrezione si trasmette, testimoniata da generazioni, ininterrottamente, da persona a persona, come una staffetta che da Giovanni e Pietro sino a noi giunge oggi dopo 2000 anni. Noi, oggi, non conosciamo il mondo esterno a noi soltanto per esperienza, cioè perché lo vediamo coi nostri occhi, ma siamo esseri in relazione di dipendenza gli uni con gli altri, anche con quelli che non ci sono più, anche con quelli che non conosciamo.

Anche a noi cristiani viene ordinato quanto dice San Pietro agli abitanti di Gerusalemme perché lo diciamo a quelli che non sono qui oggi. Dio lo ha risuscitato il terzo giorno, egli è il giudice dei vivi e dei morti.

Il Signore vi chiama ad essere suoi testimoni, a conoscerlo sempre di più, nell’ascolto attento e serio della sua parola, nella partecipazione alla vita della Chiesa, nella carità verso i fratelli. Quelli vicini, non quelli in Madagascar! Solo così manifestiamo di essere cristiani, solo così, fuori di qui, ci riconosceranno per suoi! Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo, dice san Paolo nella seconda lettura. In questa Pasqua siamo morti e lasciamo indietro tutte le nostre debolezze, orgogli, permalosità e viviamo da cristiani seriamente nel quotidiano. Ci impegniamo almeno a questo. Siamo morti in Cristo, cioè siamo una sola cosa con lui morto e con lui risorto.

Impegniamoci a fare silenzio intorno a noi: il silenzio ci è scomodo anche in chiesa, a volte, perché ti costringe ad ascoltarti, con le tue paure e i tuoi problemi, e ti costringe ad ascoltare il Signore che a volte è scomodo, non è infatti solo baci e abbracci, tanto Gesù è buono, ma è anche un “fai verità nella tua vita! Cambia, perché così andrai a finire male!”. Ma, se non lo cerchiamo, se non lo conosciamo veramente perché non lo abbiamo trovato qui nel Vangelo, di chi saremo testimoni, in quale paradiso finiremo?

Fratelli, voi siete venuti e avete creduto che quella tomba fosse vuota. Vi auguro di essere testimoni di essa e di un incontro con Lui nella vostra vita che vi rende felici, appagati, appassionati, liberi. Voglia il Signore che siate contagiati e attratti anche voi da quel brivido di paura misto a felicità che attraversò le spalle di Giovanni vedendo la tomba vuota e lo portò a entrare e a credere.

Informazioni su Alejandro Garcia Quintero 58 Articoli
Mi chiamo don Alejandro Garcia Quintero e sono sacerdote cattolico dell'arcidiocesi di Oristano. Vivo la mia vocazione servendo le comunità come parroco di San Costantino Magno a Siamaggiore, di Maria Vergine Assunta a Massama e di San Giacomo Apostolo a Nuraxinieddu, e come rettore di Santa Maria in Pardu Nou. Ogni giorno accompagno i fedeli nella preghiera, nella fede e nella vita comunitaria, cercando di portare conforto e guida spirituale. La mia missione è essere presente nelle gioie e nelle difficoltà della gente, testimoniando con la vita l’amore di Dio. Vivere questa responsabilità mi riempie di gratitudine e di dedizione totale al Signore e alla sua Chiesa.