11 settembre, 25 anni dopo resta aperto il processo della storia

11 settembre 2001, attentato Torri Gemelle, Twin Towers, New York

Cosa è cambiato dall’11 settembre 2001 a oggi.

Sono le 8:46 del mattino a New York quando il volo American Airlines 11 si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. Per diciassette minuti il mondo crede a un tragico incidente. Alle 9:03 il volo United 175 colpisce la Torre Sud in diretta mondiale. L’incidente diventa storia. Alle 9:37 il volo AA 77 colpisce il Pentagono. Alle 10:03 il volo United 93 precipita a Shanksville, Pennsylvania. 2.977 vittime. Più di 25.000 feriti. Quattro aerei trasformati in missili. È il più grave attacco sul suolo continentale americano dal 1812. A venticinque anni di distanza, l’11 Settembre non è solo memoria. È una frattura tecnico-giuridica che ha posto nell’immediato una momentanea incapacità di valutare i fatti alla luce del diritto internazionale e geopolitica,  riscrivendo  le regole del mondo in cui viviamo, sia sul piano interno che su quello internazionale.

L’asimmetria perfetta.

Il dato tecnico è la cosiddetta asimmetria perfetta. L’attacco dell’11 Settembre ha trasformato radicalmente il mondo dell’intelligence, spostando l’attenzione dalla tradizionale attività di spionaggio e controspionaggio tra Stati, la “Guerra Fredda” insegna, alla lotta contro il terrorismo transnazionale sotto tutte le sue forme. Sul piano strategico, l’11 Settembre è stato il primo esempio compiuto di guerra asimmetrica di IV generazione. Al-Qaeda, con un budget operativo stimato in  500 mila dollari, 19 uomini armati di taglierini, addestramento paramilitare e una formazione di base su simulatori di volo, ha inflitto un danno economico diretto e indiretto stimato in oltre 3.300 miliardi di dollari.

Ha sfruttato tre vulnerabilità sistemiche del sistema occidentale pre 2001: la dottrina del dirottamento negoziale, fino a quel giorno i protocolli FAA ( Federal Aviation Administration)  prevedevano cooperazione con i dirottatori, infatti gli equipaggi non opponevano resistenza; la  permeabilità dello spazio aereo civile, riguardava le cabine di pilotaggio, che non erano blindate, controlli bagaglio senza rilevamento esplosivi liquidi, liste no-fly ancora primitive; e infine la spettacolarizzazione. La scelta delle Torri Gemelle non era militare ma semiotica: colpire i due simboli del capitalismo finanziario globale in diretta televisiva per massimizzare l’effetto psicologico. Ecco perché, anche, si può parlare di attacco terroristico agli Stati Uniti e al “mondo” occidentale.

Immediata la risposta operativa.

La risposta operativa è stata immediata: creazione del Department of Homeland Security, della Tsa ( Transportation Security Administration) blindatura delle cabine di pilotaggio, dottrina dello “shoot-down” autorizzato per aerei civili ostili, cioè il cosiddetto abbattimento nel caso in cui vi sia già stata l’ intercettazione  “scramble”, avvertimento operativo e imminente minaccia alla sicurezza nazionale. Tali protocolli sono oggi previsti in ambito Nato e non solo. Importante, però, è stato il dato giuridico: l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite ha sancito il diritto naturale alla legittima difesa, sia individuale che collettiva, nel caso in cui un membro dell’ONU subisca un attacco armato. L’applicazione di questo articolo ha segnato una svolta storica nel diritto internazionale, cioè quella del riconoscimento della legittima difesa contro attori non statali ed ha previsto lo stato di eccezione permanente, trasformando misure d’emergenza antiterrorismo in una condizione stabile di limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali.

Il diritto internazionale stravolto dopo l’11 settembre.

L’11 Settembre 2001 ha prodotto, infatti, un terremoto nel diritto internazionale, riformandolo, per certi aspetti, in profondità. Per la prima volta nella storia, il 12 settembre 2001, il Consiglio di Sicurezza Onu, con la risoluzione 1368, adottata all’unanimità, oltre a riconoscere la già menzionata autodifesa, ha previsto la responsabilità degli Stati che ospitano e/o sostengono i terroristi. Poi la risoluzione 1373, adottata anch’essa all’unanimità, ex Capitolo VII della Carta Onu, divenendo quindi vincolante per tutti gli Stati membri.

La 1373, infatti, ha imposto agli Stati misure a portata generale in materia di lotta al finanziamento e di congelamento dei beni di chiunque commetta o faciliti atti terroristici. Riguardo alla sua portata, è stato vivace il dibattito in dottrina, in quanto tale risoluzione ” legifera” in materia di terrorismo internazionale in generale, introducendo pesanti obblighi per tutti gli Stati senza alcun limite temporale e spaziale; qualifica il terrorismo, come minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, obbligando persino gli Stati a trasformare in profondità i rispettivi ordinamenti giuridici interni.

La risposta universale contro il terrorismo internazionale.

La ratio sembra quella di promuovere una “risposta universale” contro il terrorismo internazionale. Al proprio interno ha previsto anche l’istituzione di un Comitato Antiterrorismo con la funzione di verificare le misure intraprese dagli Stati membri. In seguito, Il 2 ottobre 2001, la Nato invoca per la prima volta l’articolo 5 del Trattato Atlantico: l’attacco a uno è attacco a tutti. Nasce la dottrina Bush della “guerra preventiva” e della “guerra al terrore” (War on Terror), una categoria giuridica non contemplata dalle Convenzioni di Ginevra. Il nemico non è più uno Stato, ma una tattica. Il campo di battaglia non ha confini. Da questa ambiguità nascono nodi giuridici ancora aperti: il Patriot Act del 26 ottobre 2001 dispone una sorveglianza di massa, detenzione senza accusa, intercettazioni roving. Una parte è stata ridimensionata dal Freedom Act del 2015, ma l’impianto resta.

Il limbo della prigione di Guantanamo: 780 detenuti transitati, 15 ancora presenti nel 2026. Definiti “unlawful enemy combatants”, privati dello status di prigionieri di guerra e delle garanzie del processo penale ordinario. La Corte Suprema Usa con alcune sentenze, nel 2006 e nel 2008, ha tentato di ricondurre il sistema entro lo stato di diritto, ma senza chiuderlo. Infine, droni e “targeted killing”: dall’amministrazione Obama in poi, la legittima difesa è stata estesa all’uccisione mirata di cittadini anche americani all’estero, sulla base di memorandum legali segreti del Dipartimento di Giustizia statunitense.

Lo stato di eccezione normalizzato dopo l’11 settembre.

L’11 Settembre ha inaugurato quello che i giuristi chiamano “stato di eccezione normalizzato”, cioè una deroga permanente ai principi ordinari in nome della sicurezza nazionale. Il dato politico internazionale fu quello dalla fine della storia al ritorno della storia. L’11 Settembre ha chiuso gli anni ’90. La tesi della “fine della storia” di Fukuyama, l’idea di un mondo unipolare liberal-democratico guidato dagli Usa, è crollata con le Torri. Le conseguenze possono essere suddivise in tre fasi: l’unipolarismo armato (2001-2008). Intervento in Afghanistan (Enduring Freedom, autorizzato dall’Onu) e invasione dell’Iraq (2003, senza autorizzazione Onu). L’obiettivo dichiarato fu quello di esportare la democrazia e sradicare i santuari del terrorismo. L’esito non è stato un ottimo paretiano. Vi è stata destabilizzazione con la  nascita di ISIS nel 2014 dalle ceneri di Al-Qaeda in Iraq.

La frammentazione e delocalizzazione del terrorismo internazionale.

Poi, la frammentazione (2008-2021). Il terrorismo si delocalizza. Non più una struttura piramidale ma atti in virtù della loro matrice ideologica: attentati di Madrid 2004, Londra 2005, Parigi 2015. La guerra al terrore diventa globale, combattuta più da servizi d’intelligence che da eserciti. Infine, il ritorno del conflitto interstatale (2021-oggi). Il ritiro caotico da Kabul il 30 agosto 2021 ha simboleggiato la fine del paradigma interventista. Il vuoto è stato riempito da potenze revisioniste: Russia in Ucraina, Cina nel Pacifico, Iran e Turchia in Medio Oriente. L’attenzione occidentale si è spostata dal jihadismo alla competizione tra grandi e medie potenze, ma la matrice dell’11 Settembre resta: sicurezza interna vs libertà, sovranità vs intervento umanitario.

Il terrorismo jihadista ha perso centralità operativa.

Oggi, a 25 anni, Al-Qaeda è decapitata ma non estinta. Il suo leader Ayman al-Zawahiri è stato ucciso nel 2022. Il terrorismo jihadista ha perso centralità operativa, ma ha vinto una battaglia culturale: ci ha costretti a vivere in un mondo di controlli portuali e aeroportuali, di metadati sorvegliati, di paura diffusa. Ricordare l’11 Settembre non significa solo onorare le vittime del World Trade Center, del Pentagono e di Shanksville. Significa interrogarsi su un bilancio. Resta aperta la questione se la guerra al terrore sia stata vinta al prezzo di una parte del diritto e delle libertà che si intendeva difendere. Tatticamente il terrorismo di matrice ideologica e religiosa è stato sconfitto, ma ha portato la società a vivere dentro quelle leggi che quell’attacco ha costretto a scrivere. Quindi il paradosso è evidente. La risposta, a venticinque anni, è ancora aperta davanti al “tribunale” della storia.

Informazioni su Angelo Azara 12 Articoli
Mi chiamo Angelo Azara e sono analista in geopolitica, intelligence e sicurezza, sia a livello nazionale sia internazionale. Nel corso della mia attività ho maturato competenze approfondite anche nel campo della criminalità organizzata, che studio con particolare attenzione per comprenderne dinamiche, evoluzioni e impatti sui contesti istituzionali e sociali. Mi occupo di analisi e interpretazione di scenari complessi, con l’obiettivo di offrire chiavi di lettura utili a comprendere le trasformazioni in atto e le possibili implicazioni per la sicurezza.